Mi piace la musicalità di questa parola “inclusione”, morbida, quasi avvolgente. Ma soprattutto mi piace il suo significato: “inclusione è il processo di accoglienza e valorizzazione di ogni individuo in una comunità, garantendo pari opportunità e partecipazione attiva a prescindere da differenze fisiche, culturali, sociali o cognitive”.

In fondo dice una cosa semplice: qualcuno ti vede, ti considera, ti fa spazio nella sua vita. E i suoi sinonimi lo confermano: “inserimento, integrazione, accoglienza, ecc.”.
Il suo contrario, invece “esclusione”, non mi piace affatto. Già nel pronunciarlo mi accorgo della sua durezza, quasi un suono che taglia, e il suo significato non fa che confermare le mie sensazioni: “emarginazione, segregazione, depennamento”.
Parola – esclusione – che rappresenta benissimo l’idea di rifiuto, di tristezza e di abbandono, e queste sensazioni, purtroppo, le conosco molto bene perché le vivo ogni giorno nel luogo di lavoro.
Non ci sono episodi eclatanti, nessuna cattiveria dichiarata.
Ma meglio se, come sempre, vi racconto le mie “dis-avventure” e se qualcuno di voi vive la stessa situazione e vuole condividerla mi piacerebbe molto leggerla, anche solo per “confrontarmi” e “confortarmi”.
Quando l’inclusione non c’è.
Lavoro da anni in uno studio professionale e lì ho imparato bene cosa significa sentirsi fuori dal cerchio.
I professionisti vanno a prendere il caffè tra loro, organizzano cene tra loro, e questo lo posso accettare; in fondo io e loro non abbiamo niente in comune tranne la “collaborazione” necessaria per lo svolgimento del lavoro quotidiano.
Quello che però fatico ad accettare è altro.
Succede a volte – non spesso, ma almeno una o due volte l’anno – che organizzino una festa di compleanno in ufficio. Nel raccogliere tutti i partecipanti, passano davanti alla mia scrivania una decina di volte, ridendo e chiacchierando, felici e “inconsapevoli” (o forse no?).
Raccolgono tutti, tranne me.
E io resto lì, una spettatrice silenziosa della loro condivisione, della loro amicizia, della loro piccola fratellanza d’ufficio.
E anche questo, con fatica, ma lo posso accettare ma…
La parte peggiore arriva dopo: quando tornano con i vassoi pieni di pastine e pasticcini e mi sfilano davanti senza nemmeno degnarmi di uno sguardo.
A volte mi chiedo se evitino di guardarmi per paura che, incrociando i miei occhi, si sentano “obbligati” a invitarmi.
Eppure basterebbe così poco: un gesto minimo, un pasticcino offerto al volo. Non per partecipare alla festa, ma per sentirmi meno esclusa.
È come essere invisibile.
E alla fine, a forza di non essere vista, finisco per sentirmi davvero così.

Forse è la legge del più forte. Forse è il branco che si compatta contro chi non appartiene. Forse è semplicemente un ambiente in cui chi è “di serie B” resta tale, senza possibilità di riscatto.
Ma non finisce qui.
L’atteggiamento dei professionisti finisce per contaminare anche noi della segreteria – e siamo solo in tre. Nel tentativo di ottenere un minimo di riconoscimento smettiamo di essere gentili tra noi e invece di sostenerci finiamo per “graffiarci” l’un l’altra, come se ognuna stesse difendendo un minuscolo centimetro di dignità.
E quel centimetro, qualcuna riesce pure a conquistarlo. Io no!!!
Tra noi non c’è cameratismo, la solidarietà sembra un lusso raro, il sostegno reciproco quasi un tabù. Così ci muoviamo in punta di piedi e con le unghie pronte, come se la sopravvivenza passasse attraverso piccoli atti di difesa, non di alleanza.
E allora mi chiedo: è per questo che mi sento così rifiutata?
O se, più semplicemente, inclusione sia una parola bellissima che molti pronunciano, ma pochi praticano davvero.
Perché ne parlo
Non per vittimismo, non per lamentarmi, ma perché credo che raccontare queste cose serva: a me, per non sentirmi sbagliata; e forse anche a chi vive situazioni simili, per riconoscersi e sentirsi meno solo.
L’inclusione non è un concetto astratto, è un gesto, uno sguardo, un “vieni con noi”, un “ti considero”. È la differenza tra sentirsi parte di qualcosa o sentirsi un errore di stampa.
E quando manca, lo senti sulla pelle. Ogni giorno.
E tu?
Se qualcuno di voi vive qualcosa di simile, mi piacerebbe confrontarmi. Non per cercare conferme, ma per trovare conforto. Per ricordarci che il valore di una persona non dipende mai da chi la ignora, ma da chi la vede davvero.
“Il volto dell’altro mi riguarda”
(cit. Emmanuel Lévinas)
“Ogni uomo ha le sue pene segrete che il mondo non conosce, e molto spesso noi chiamiamo un uomo freddo quando è solo triste”.
(cit. Henry Wadsworth Longfellow)
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