Continua … la ricerca della felicità.

La ricerca della felicità sembra una cosa semplice, quasi infantile. Poi inizi a cercarla e scopri che per trovarla devi affrontare una caccia al tesoro con indizi scritti in aramaico antico. E quando finalmente ti sembra di intravederla e di aver capito l’enigma, puff, ti accorgi che era solo un miraggio.

Conosco la teoria secondo cui la felicità non viene dagli altri ma è una ricerca interiore e, me lo ripeto spesso, il percorso dovrebbe essere solo mio, dalla capacità di ascoltarmi, di fermarmi, di rimettere insieme i pezzi quando qualcosa dentro si incrina, e ci provo davvero, ma ci sono giorni in cui basta un soffio per farmi perdere l’equilibrio, e mi ritrovo ad annaspare in un dito d’acqua come fosse un oceano.

Più vado avanti e più capisco che sì, il viaggio è mio… ma non lo percorro in solitudine. Le persone che scelgono di camminare accanto a me — anche solo per un tratto — hanno un peso enorme sul mio modo di stare al mondo.

Non vivo in una bolla. Vivo immersa nei gesti degli altri, nelle loro parole, nei loro silenzi, nelle loro presenze che a volte scaldano e a volte feriscono senza volerlo.

E allora mi chiedo: come può valere davvero il discorso del “dipende tutto da me”?

Se fosse così semplice, sarei già “illuminata” come un faro nella notte, stabile e luccicante. Invece ci sono giorni in cui mi sento una candela che vacilla al primo spiffero.

La verità è che l’ambiente in cui mi muovo conta, posso lavorare su di me, posso crescere, posso imparare a respirare meglio… ma se intorno a me c’è un rapporto che ondeggia — un giorno c’è, il giorno dopo si dissolve — è inevitabile che qualcosa dentro perda stabilità.

Non perché io sia fragile, ma perché nessuno è fatto per reggersi sempre e solo da solo, siamo esseri relazionali, ci tocchiamo anche senza volerlo, ci influenziamo anche quando non ce ne accorgiamo.

Lo so che la felicità nasce dentro, ma per crescere ha bisogno di un terreno che non sia un campo minato, ha bisogno di relazioni che non chiedano continuamente di decifrare segnali, di intuire assenze, di fare equilibrio su fili sottilissimi, ha bisogno di un luogo dove poter respirare senza paura di cadere.

Forse il mio dilemma è proprio questo: capire se la mia tristezza nasce da me… o dal tentativo ostinato di far funzionare qualcosa che non mi fa bene. Non sto dicendo che la mia felicità dipende da qualcuno, sto dicendo che, per quanto io mi impegni, l’ambiente in cui vivo ha un peso reale, concreto, inevitabile.

E allora mi ritrovo qui, a fare i conti con una domanda che torna sempre: dove finisce la mia responsabilità e dove inizia il mio bisogno legittimo di sentirmi al sicuro accanto a qualcuno?

Forse la mia ricerca della felicità continua proprio da qui: dal coraggio di riconoscere ciò che mi nutre e ciò che mi consuma, senza giudicarmi, senza forzarmi, senza fingere che basti chiudere gli occhi per stare meglio. E intanto continuo a camminare: un passo alla volta, scegliendo ogni giorno ciò che mi fa respirare un po’ meglio.

“Bisogna avere un caos dentro di sè per generare una stella danzante”.

(cit. Nietzsche)

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