(ovvero: il mistero irrisolto della mia vita sociale inesistente)
Io non mi capisco. E non lo dico per finta modestia: non mi capisco davvero. Sono una persona riservata, solitaria, una che ama il silenzio, la pace, il “non disturbare, grazie”; eppure… appena succede qualcosa di vagamente anomalo, buffo, assurdo, o anche solo leggermente fuori dalla mia routine da eremita moderna… zac! mi parte il bisogno di condividerlo con qualcuno.
Non con il mondo, eh, non con i social, con qualcuno. Uno, un essere umano a caso che eleggo al momento dell’evento come “depositario ufficiale delle mie micro-drammaticità quotidiane”.
E dopo averlo fatto, ogni volta, mi chiedo: ma perché? Perché non posso semplicemente vivere l’esperienza e stare zitta? Perché devo raccontarla, commentarla, analizzarla, farla diventare un episodio?
La risposta breve sarebbe: “perché sono fatta così”, ma io, ovviamente, amo complicarmi la vita e preferirei una risposta un po’ più “articolata” e possibilmente ironica, almeno ci rido sopra e, dopo una lunga ricerca in internet, ecco cosa “mi sono risposta”.
Una contraddizione vivente: riservata ma comunicativa.
Sì, perché io sono quella che dice: “Io non racconto mai niente a nessuno”. E poi, due minuti dopo: “Oddio, sai cosa mi è appena successo???”
È come se dentro di me convivessero due personaggi:
- La Me Riservata: “Non dire niente, non serve, tienilo per te”. A volte anche un po’ pessimista: “Non dirlo, tanto non interessa a nessuno”.


- La Me Comunicativa: “MA COME FACCIO A NON DIRLO?! È TROPPO ASSURDO!”
Indovina chi vince sempre? Esatto. Quella chiacchierona.
Condividere per capire (perché da sola non mi basto).
La verità è che condividere mi serve per mettere ordine. Finché una cosa resta nella mia testa, è un groviglio; quando la racconto, si srotola, diventa chiara, quasi logica. Quasi.
È come se raccontandola la trasformassi da “caos emotivo” a “storia con un inizio, una fine e un perché”. E io, onestamente, ho bisogno di storie, anche quando sono le mie.
Condividere per non sentirmi un’aliena.
Poi c’è quella parte di me che vuole solo una piccola conferma. Non un applauso, non un giudizio, non un “brava”. Solo qualcuno che dica:
- “Sì, ti capisco”
- “Sì, è successo anche a me”
- “No, non sei strana” (e questa è quella che per me conta più delle altre)
- “O forse sì, ma in modo carino” (questa, ok la posso accettare, visto che la parola che più mi colpisce è “carina”).
È una forma di connessione minima, essenziale, quasi invisibile. Ma sufficiente a farmi sentire parte della specie umana e non un’entità misteriosa che vaga per il mondo osservando gli altri da lontano.
Condividere per alleggerire (tipo valvola di sfogo, ma più elegante).
Diciamolo: certe emozioni pesano. Anche quelle piccole. Anche quelle che sembrano sciocchezze.
Condividerle è come aprire una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo, entra aria, esce un po’ di pressione e io respiro meglio.
Non è dramma. Non è bisogno di attenzioni. È manutenzione emotiva.
Condividere perché è umano (anche se io mi sento un po’ un panda).
Il nostro cervello è programmato per condividere. È un istinto antico: raccontare serviva a creare legami, protezione, appartenenza. E anche se mi sento spesso un panda solitario che mangia bambù in pace, la verità è che… sono umana. E gli umani condividono.
Anche quelli che dicono di non volerlo fare. Anche quelli che si definiscono “riservati”. Anche quelli che preferirebbero vivere in una baita in montagna con zero notifiche.
Forse non è un difetto.
Alla fine, forse non devo “stare zitta”. Forse condividere è il mio modo di dare un senso alle cose. Di non farmi travolgere. Di sentirmi parte di qualcosa, anche quando scelgo la solitudine.
Forse è semplicemente il mio modo di respirare meglio. E forse, tutto sommato, va bene così.
“Siamo tutti pieni di debolezze; ma quando le confessiamo, diventano forze”
cit. Jean Jacques Rousseau
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