Silenzio e staticità sono i miei compagni di viaggio.
Vorrei dire “di questo periodo”, ma se guardo con sincerità alla mia vita mi accorgo che è sempre stato così.
Ho trascorso la maggior parte della mia vita da sola, sempre alla ricerca di qualcosa… cosa sto cercando ormai è palese, ma continuare questa ricerca spasmodica dell’impossibile mi fa sentire patetica: non sono più una ragazzina, eppure inseguo ancora traguardi che sembrano irraggiungibili.
Se provo ad analizzare la mia vita in modo razionale — pur senza competenze specifiche — mi rendo conto che questa ricerca affonda le sue radici nella mia infanzia.

Se invece mi limito a guardare le cose in modo superficiale, vedo un rapporto con me stessa fragile, instabile, segnato da una mancanza profonda di sicurezza, amore, stabilità e potrei continuare ad elencare ciò che mi manca, ma non voglio diventare una lista su un foglio di carta.
Limite. Una parola che conosco bene. Mi sono sempre limitata ad accettare ciò che mi veniva dato, accontentandomi delle briciole.
Quando ti abitui a non avere abbastanza, finisci per convincerti che quelle briciole siano tutto ciò che meriti, ma spesso quelle briciole servono più agli altri che a te: chi non sa donare davvero, quando ti “concede” del tempo, lo fa per bisogno, non per amore.
L’impossibilità di avanzare verso un traguardo che percepisco sempre più remoto mi rende distaccata, la mia natura pigra e discontinua non aiuta, e le scelte sbagliate continuano a riportarmi al punto di partenza.
Giro intorno agli stessi errori, alle stesse situazioni stantie, e nonostante gli sforzi per farle funzionare, quando tutto crolla mi rannicchio su me stessa e chiudo il mondo fuori in un girotondo impazzito che sembra non finire mai.
Eppure, nel silenzio qualcosa accade.
Silenzio e staticità diventano i custodi del tempo, testimoni di un mondo che, al di là del caos quotidiano, conserva una pace inalterata. Nel silenzio i pensieri vagano liberi; nella staticità la vita si mostra nella sua complessità. In un’epoca dominata dal rumore e dal movimento incessante, questi momenti diventano preziosi, quasi sacri: mi permettono di riconnettermi con la mia essenza più profonda.
Il silenzio non è solo assenza di rumore: è un invito ad ascoltare ciò che normalmente viene soffocato dal frastuono. La staticità non è stagnazione: è una pausa riflessiva, un’occasione per osservare ciò che nella frenesia mi sfugge. Sono elementi essenziali per l’equilibrio interiore, per la crescita, per ritrovare lucidità e consapevolezza.
In questo spazio sospeso, la creatività può sbocciare, le soluzioni possono emergere, e forse anche la serenità può trovare un varco.

Viviamo in un’epoca che corre sempre più veloce. In questo contesto, silenzio e staticità possono sembrare fuori posto, quasi scomodi. Ma quando diventano compagni costanti, mi costringono a guardarmi dentro. A volte generano frustrazione, soprattutto quando la sensazione di non avanzare diventa paralizzante. Ma c’è anche una forma di bellezza in questa immobilità: restare fermi, quando tutto intorno pretende movimento, può essere un atto di coraggio.
Forse questi momenti servono a ricalibrare la rotta, a riconsiderare gli obiettivi, a scoprire strade che prima non vedevo. Forse, proprio in questo silenzio, posso trovare una nuova comprensione di me stessa.
Intanto, per ora, resto rannicchiata, abbracciando tutto il mio disordine, quello che parla di me più di quanto io riesca a fare. Lo stringo forte, come si stringe qualcosa che si vuole trasformare, e aspetto che un po’ di luce trovi la strada per entrare.
Se ti trovi anche tu in un periodo di silenzio e staticità, non sei solo.
Questi stati possono essere compagni severi, ma anche profondamente rivelatori. Prenditi il tempo di ascoltarli: potrebbero avere molto più da offrirti di quanto immagini.
A volte siamo messi alla prova…
Non per mettere in evidenza le nostre debolezze, ma per scoprire le nostre forze…
(cit. Anonima)
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