Spalle girate … vi è mai capitato?

Se c’è una cosa che odio, è quella sensazione di essere un’estranea in mezzo a persone che sembrano avere una loro lingua segreta, un codice non scritto che ti lascia fuori.

Ti ritrovi lì, a guardare loro voltarsi, a fare cerchio tra di loro e tu resti ad osservare le loro spalle come se avessero creato un muro invisibile che non puoi oltrepassare.

Quest’anno mi sono iscritta a un corso di zumba in una palestra comunale.

Un’esperienza piacevole, almeno in teoria.

Il maestro è coinvolgente, la musica incalzante, eppure c’è qualcosa che mi fa sentire sempre un po’ fuori posto.

Le veterane del corso, le “ragazze de na volta”, sono un gruppo affiatato. Conoscono il maestro, conoscono ogni singolo passo di danza e, soprattutto, si conoscono bene tra loro. Ogni movimento, ogni battuta scambiata durante la lezione rinforza la loro complicità.

Quando la lezione finisce, si organizzano per un aperitivo o per partecipare a qualche maratona. Si danno appuntamento con un sorriso, con l’entusiasmo di chi non ha bisogno di invitare nessuno perché il gruppo è già completo.

E io?

Io resto lì, ancora una volta a guardare le loro spalle, un’ospite a una festa alla quale nessuno pensava davvero di invitarmi.

Ieri sera è stata l’ultima lezione prima della pausa estiva e l’insegnante ci ha invitato a portare qualcosa “porta e condividi” per fare un piccolo party a fine lezione.

Io non essendo un asso in cucina e avendo sempre poco tempo mi sono limitata a portare patatine e bibite per tutte.

A metà rinfresco, dopo aver consegnato un regato all’insegnante, abbiamo fatto la foto di gruppo, inizialmente mi trovavo in prima fila ma essendo abbastanza alta ho lasciato spazio alle altre e… oltre ad essermi tutte passate davanti si sono anche abbracciate impedendomi così di uscire anche solo con la testa per la foto.

Faccio parte anch’io del gruppo ragazza “de na volta” e queste cose non dovrebbero toccarmi, dovrei scrollare le spalle, ridere di quanto siamo ridicole quando ci chiudiamo nei nostri piccoli gruppi, e andarmene senza pensarci troppo.

E invece no. Quel momento mi ha lasciato un peso sullo stomaco, una fastidiosa sensazione di invisibilità che non riesco a scacciare.

Allora mi sono allontanata dal gruppo, fingendo di controllare il telefono, ma in realtà sto solo cercando di spostarmi per poter fare un respiro profondo, qualcosa che mi aiutasse a mandar giù il boccone amaro.

È assurdo quanto possano pesare certe piccole esclusioni.

Mi stavo chiedendo se fosse colpa mia. Se c’è qualcosa nel mio modo di essere che non sa farsi spazio, che sbaglia i tempi, le entrate in scena. Ma poi ho capito che no, non era questo.

Sono tornata a casa con la solita sensazione di essere rimasta ai margini, ma anche con un pensiero nuovo: forse non serve sempre entrare nel gruppo per esistere. Forse basta restare fedeli a se stessi. Anche se vuol dire restare fuori dall’inquadratura.

“Lo so non sono perfetto ma chissenefrega. Nemmeno la luna è perfetta! È piena di crateri e il mare? Nemmeno lui, troppo salato. Ed il cielo sempre così infinito! Insomma le cose più belle non sono perfette. Sono speciali.”

Bob Marley

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